Clint a Tampa
Così Eastwood ha bruciato il red carpet del pensiero unico hollywoodiano
Lo diceva anche Lee Ermey, il sergente Hartman di “Full Metal Jacket”: “Se sei un conservatore e vivi a Hollywood ti conviene guardarti le spalle”. Nella performance dadaista di Clint Eastwood alla convention repubblicana di Tampa – era lui l’ospite “to be announced” sul quale gli osservatori si sono scapicollati per giorni – la rappresentazione dell’establishment hollywoodiano è sfociata in un carnevale politico con inversione dei ruoli, abolizione delle convenzioni sociali e tutto il resto.
15 AGO 20

Lo diceva anche Lee Ermey, il sergente Hartman di “Full Metal Jacket”: “Se sei un conservatore e vivi a Hollywood ti conviene guardarti le spalle”. Nella performance dadaista di Clint Eastwood alla convention repubblicana di Tampa – era lui l’ospite “to be announced” sul quale gli osservatori si sono scapicollati per giorni – la rappresentazione dell’establishment hollywoodiano è sfociata in un carnevale politico con inversione dei ruoli, abolizione delle convenzioni sociali e tutto il resto. La scena è questa: un vecchio sultano dell’industria cinematografica intona un ruvido inno conservatore a braccio, sfotte i suoi colleghi che siedono “alla sinistra di Lenin”, piazza battute velenose su Oprah e gli araldi liberal che fanno accanimento terapeutico sulle illusioni di Obama, elogia Mitt Romney, al quale aveva dedicato in passato la più velenosa delle battute a disposizione di un regista: “Se avessi bisogno di un attore per interpretare il presidente degli Stati Uniti, sceglierei lui”. Poi è comparso il re, un re invisibile anziché nudo, e Sua Invisibilità l’altra sera era accomodato su una sedia, sottoposto alla surreale intervista di questo 82enne raggrinzito dal tempo e dal costante ghignare dei suoi personaggi.
“Sei totalmente pazzo”, “stai zitto”, “stai diventando come Biden”. Per colpire Obama, Eastwood non ha scelto il fioretto, ha impugnato con due mani un’ascia bipenne e ha fatto a fette gli arti politici del suo ospite invisibile: il ritiro delle truppe dall’Afghanistan – sull’Iraq ha fatto un riferimento ambiguo, ai confini del ronpaulismo, cosa immediatamente notata dai repubblicani vecchia scuola – l’economia, la disoccupazione. Lo ha elogiato per aver tenuto aperto il carcere speciale di Guantanamo, ciò per cui i suoi lo rimproverano; ha ammesso di essere rimasto impanicato nella sua trama elettorale nel 2008, ma a differenza della maggioranza hollywoodiana che salva bambini in Africa a favore di telecamera, s’inumidisce le ciglia sulle prime note dell’inno nazionale ma ha un attacco isterico quando si parla di eccezionalismo americano, Eastwood è rimasto fedele alla sua natura politica. Perché, si sa, l’ispettore Callaghan è la cosa più repubblicana d’America dopo le corna sul cofano e lo stetson.
La sua appartenenza era stata messa in dubbio con lo spot della Chrysler durante il Super Bowl, quello dell’“halftime in America”, e fuori dalla metafora sportiva sembrava suggerire che dopo il primo mandato del presidente Obama ce ne sarebbe stato un secondo. In realtà tutti avevano percepito un sottotesto elettorale, poi ognuno se l’era interpretato come meglio credeva. Fatto sta che Karl Rove c’era rimasto male: “Francamente mi ha offeso”. Le martellate liberal allo show improvvisato da Clint a Tampa sono arrivate copiose, e addirittura Tina Brown ha tolto dal freezer Michael Moore e gli ha commissionato un acido sfottò sotto forma di editoriale. Ma la reazione scomposta contiene la grandezza di una performance che nella notte di Tampa ha dato fuoco al red carpet dell’ideologia hollywoodiana, alle sue difese d’ufficio del pensiero dominante, al conformismo pauperista di Brangelina, a quello politologico di Alec Baldwin, e anche ai delusi da Obama, ma cum juicio, tipo Matt Damon. Ad applaudire Eastwood c’era anche Jon Voight, catalizzatore di celebrities non allineate e padre naturale di Angelina Jolie. Certe mele cadono lontano dall’albero.